Didicit homo naturam provocare:
il naturale e l’artificiale negli ultimi libri della Naturalis historia di Plinio il Vecchio

Elisa Romano

Università degli Studi di Pavia

/ Abstract

Il regno minerale è quello in cui maggiormente si esercita la capacità dell’uomo di manipolare, modificare e riprodurre la materia; per questo gli ultimi libri della Naturalis historia offrono una riflessione particolarmente intensa sul rapporto fra la natura e l’artificio. In questo articolo vengono presentate due dimensioni del rapporto fra il naturale e l’artificiale: da un lato, la devastazione della terra finalizzata alla lavorazione dei marmi, dall’altro la falsificazione di alcuni elementi minerali, come i metalli e i colori. Plinio oscilla fra l’ammirazione per l’abilità dell’uomo e la condanna del suo dominio sulla natura, ma dal suo linguaggio emerge il prevalere di un giudizio negativo che assimila la capacità di riprodurre gli elementi naturali a un inganno.

Man’s capacity to manipulate, modify, and replicate matter is most profoundly exercised in the mineral kingdom. As a result, the final books of the Naturalis Historia delve into a profound contemplation of the relationship between nature and artifice. This paper explores two dimensions of this connection: firstly, the devastation of the earth that results from marble processing; secondly, the counterfeiting of certain mineral elements, such as metals and colors. Pliny oscillates between admiration for man’s skills and condemnation of his dominion over nature. Ultimately, however, a negative judgment prevails in his language, one that equates the ability to reproduce natural elements with deception.

/ Keywords

Pliny the Elder; Nature; Matter; Natural; Artificial.

1. Mirabilia naturae e urbis nostrae miracula

“Perché nulla manchi a questa opera secondo il mio progetto, rimangono da trattare le pietre preziose, e con esse, condensata in uno stretto spazio, la magnificenza della natura, che per molti in nessun altro suo aspetto è da ammirare maggiormente” (Plin. nat. 37.1: Ut nihil instituto operi desit, gemmae supersunt et in artum coacta rerum naturae maiestas, multis nulla parte mirabilior). Si apre così il libro 37, l’ultimo della Naturalis historia, conclusivo della sezione (libri 33–37) dedicata al regno minerale: con una lode della grandiosità della natura, della sua perfezione come creatrice e della sua capacità di suscitare un ammirato stupore, qualità che fra tutti i suoi prodotti si manifesta al massimo grado, secondo un giudizio diffuso, nella concentrazione di bellezza e varietà che si osserva nelle minuscole dimensioni delle pietre preziose.

Ma se quest’ultimo libro, che si chiuderà, a suggello dell’intera opera, con un’invocazione alla Natura madre, parens rerum omnium,1 si apre con la celebrazione della stessa natura in quanto prodigiosa generatrice di mirabilia,2 si può dire più in generale che pochi libri come gli ultimi cinque dell’enciclopedia pliniana testimoniano la tensione fra natura e uomo, fra le due polarità del macroorganismo vivente e produttivo e del microcosmo rappresentato dall’uomo e dalla sua attività, dalla sua capacità di operare entro la natura, di trasformarla fino a crearne una nuova. Questa tensione, che attraversa tutta l’opera,3 trova probabilmente il suo culmine nei libri dedicati al regno minerale: luogo privilegiato, quest’ultimo, della trasformazione della materia, della sua manipolazione a fini produttivi, fino alla realizzazione estrema nel prodotto artistico. La tecnica degli orafi e dei gioiellieri trasforma i metalli e le pietre preziose, la scultura trasforma il rame e il marmo, la pittura trasforma le terre colorate e gli altri pigmenti naturali. L’artificio, che nel regno minerale trova il terreno più adatto e favorevole, manipola gli elementi creati dalla natura fino a ottenere nuovi risultati, degni di altrettanto ammirato stupore di quello che suscitano alcune creazioni della natura: sono i mirabilia realizzati dalle capacità inventive e pratiche dell’uomo. La maiestas della natura e la ingeniosa sollertia4 dell’uomo finiscono per convergere nei loro esiti ‘meravigliosi’, che vengono a disporsi su due dimensioni parallele e comparabili. Questa correlazione trova espressione nella corrispondenza simmetrica fra l’inizio sopra citato del libro 37 e il passo centrale del libro 36, dedicato alla rassegna delle meraviglie della città di Roma,5 che si collocano al vertice di una rassegna di meraviglie costruite dall’uomo (prima da popolazioni estranee al mondo greco e romano, in 36.64–94, poi dai Greci, in 95–100): “ma è il caso che si passi alle meraviglie della nostra città per osservare gli effetti di pratiche apprese in ottocento anni e mostrare che anche in questo modo essa ha trionfato sul mondo intero” (nat. 36.101: verum et ad urbis nostrae miracula transire conveniat DCCCque annorum dociles scrutari vires et sic quoque terrarum orbem victum ostendere). L’elogio delle capacità artistiche dei Romani si intreccia all’orgogliosa affermazione del dominio di Roma, che non solo ha conquistato l’orbis terrarum, ma ha costruito tante meraviglie che esse sarebbero sufficienti a riassumere in uno spazio limitato l’equivalente di un vero e proprio altro mondo: “se accumulate nella loro totalità e ammassate in un solo mucchio, si innalzerà una grandezza non diversa da quella che si racconterebbe di un qualche altro mondo raccolto tutto in un solo spazio” (ibid.: universitate vero acervata et in quendam unum cumulum coiecta non alia magnitudo exurget quam si mundus alius quidam in uno loco narretur).6 La curvatura ideologica filoromana e filoimperiale che qui Plinio imprime al suo discorso fa sì che vengano riferite alla creatività e abilità dei Romani quella creatività e abilità che altrove, e abitualmente, sono attribuite all’umanità in generale: grazie al talento, alla vocazione alla tecnica, alla capacità di capire come usare ciò che si trova in natura e all’abilità nel maneggiarlo gli uomini riescono a realizzare veri e propri mirabilia.

2. Didicit homo naturam provocare

Come hanno dimostrato gli importanti studi pliniani degli ultimi decenni cui si fa riferimento in queste pagine, non è possibile ritrovare nella Naturalis historia un pensiero sistematico, ma piuttosto un intreccio di filoni di pensiero che attraversa l’opera a scapito apparente non solo dell’organicità tematica, ma anche della compattezza strutturale e della coerenza discorsiva. Dalla trattazione è possibile estrarre un complesso intersecarsi di reti concettuali, e a individuare queste reti ci guidano alcuni moduli espressivi. Plinio ama infatti inframmezzare i suoi discorsi con frasi brevi e lapidarie, vere e proprie sentenze, di tono prevalentemente riconducibile a una dimensione moralistica, che possiamo assumere come i puntelli che reggono questa struttura reticolare.7 Una di queste ‘sentenze’ è didicit homo naturam provocare (nat. 33.4), una breve affermazione in cui si condensa il rapporto fra uomo e natura, inteso qui come una sfida che l’uomo ha imparato a lanciare e a sostenere. La tensione che può dirsi immanente fra natura e uomo si precisa in questa formulazione nei termini di un rapporto di sfida, quindi conflittuale in radice, destinato a concludersi di volta in volta con un vincitore e un vinto.8 Questa lapidaria sentenza si presenta come una sorta di glossa alla drammatica descrizione con cui, non a caso né senza un intento preciso, si apre il libro 33, e con esso la sezione mineralogica conclusiva dell’opera. Tutto il contesto può essere letto alla luce delle odierne categorie dell’ecocritica letteraria: una riflessione sui rapporti fra uomo e ambiente, caratterizzata dalla denuncia di una prospettiva antropocentrica in cui la natura risulta strumentalmente asservita all’uomo.9

Le battute iniziali risultano neutralmente programmatiche: Plinio annuncia che tratterà dei metalli, che sono una risorsa economica e insieme indicatori di ricchezza (nat. 33.1: metalla nunc ipsaeque opes et rerum pretia dicentur); ma subito, strettamente legata alla protasi contenutistica dal nesso sintattico di un ablativo assoluto, viene introdotta l’idea di una scrupolosa esplorazione dell’interno della terra, condotta con vari metodi (tellurem intus exquirente cura multiplici modo). Che il verbo exquiro indichi qui una ricerca di segno negativo è confermato dal seguito del discorso, in cui le finalità di tale ricerca vengono indicate nella ricchezza, nel piacere o nella sconsiderata passione per la guerra. L’anticipazione dei contenuti dei libri 33–37 (l’oro, l’argento, l’elettro, il rame, il ferro, i pigmenti colorati, le pietre preziose), comune tratto didascalico/manualistico, non è neutra, ma appare intrecciata a un giudizio etico: quippe alibi divitiis foditur quaerente vita aurum, argentum, electrum, aes, alibi deliciis gemmas et parietum lignorumque pigmenta, alibi temeritati ferrum, auro etiam gratius inter bella caedesque. Scaviamo la terra, afferma Plinio, per arrivare a tutte le sue fibre (persequimur omnes eius fibras), alterando il suo equilibrio, viviamo sopra le cavità così prodotte, e non dovremmo meravigliarci se talvolta essa si spalanca o trema. Profaniamo la terra, entriamo nelle sue viscere con una discesa agli inferi letterale nell’oltretomba, sede dei Mani (33.2: imus in viscera et in sede manium opes quaerimus), e insieme metaforica, perché tutto ciò causa la rovina degli uomini, perché la distruzione della natura si risolve in autodistruzione umana: illa nos peremunt, illa nos ad inferos agunt, quae occultavit atque demersit (33.3). Scaviamo la terra per strapparle i suoi segreti, ciò che aveva tenuto nascosto nelle sue profondità, lei che è tanto benevola e generosa di beni a portata di mano, come le messi di grano. E invece, non contenti delle sue elargizioni, si scava in profondità per cercare altre risorse, non in funzione del sostentamento vitale né delle cure mediche, bensì del lusso. Ma queste risorse, a differenza del grano, dei frutti, della vite o dell’olivo, non ricrescono rapidamente, anzi sono destinate a esaurirsi.

Appare di una impressionante efficacia questa rappresentazione dell’appropriazione violenta operata sulla terra. Essa viene asservita all’uomo perché questi possa accumulare sempre maggiori ricchezze e realizzare forme sempre più raffinate di lusso, legate alla crescente ricerca di ulteriore ricchezza. Questo rapporto scorretto fra uomo e natura determina anche un’applicazione scorretta della ricerca, che anziché essere mirata all’acquisizione di nuove conoscenze, in un progresso di segno positivo, viene messa al servizio di un fine distruttivo: exquirente cura (33.1); quaerente vita aurum (ibidem); persequimur omnes eius fibras (ibidem); opes quaerimus (33.2); parum enim erat unam vitae invenisse pestem (33.4); quaerebat argentum avaritia (ibidem); consuluit interim invenisse minium (ibidem); excogitavit usum (ibidem); ad perniciem vitae repertum (33.6). La notevole densità, nell’arco dei pochi paragrafi iniziali del libro 33, di termini riferibili alla ricerca e alla scoperta scientifica (sottolineati nelle citazioni) è segno di un atteggiamento di condanna: la connotazione negativa del lessico della ricerca punta il dito, e vuole richiamare l’attenzione del lettore, sulle applicazioni perverse di quella che in un diverso contesto culturale e sociale sarebbe fra le più nobili attività umane.10

Allo sguardo polemico con cui Plinio affronta il tema dello sfruttamento della natura la materia mineralogica offriva, in particolare, un argomento di interesse cruciale quale la devastazione delle montagne. Si tratta di passi molto noti, come quello (nat. 33.70 s.) in cui si descrive, fra i metodi per trovare l’oro, la ricerca nelle frane delle montagne, un procedimento quasi più rischioso e audace della sovrumana quanto empia e sacrilega scalata all’Olimpo nell’attacco dei Giganti a Zeus. Questa insensata devastazione, pur provocando, a causa delle improvvise frane, la morte di tanti minatori, segna comunque l’apparente vittoria dell’uomo sulla natura: la montagna squarciata crolla su se stessa mentre gli operatori della miniera, abbattuti gli archi di sostegno, corrono via per poi assistere, da vincitori, al crollo della montagna, anzi della stessa natura: spectant victores ruinam naturae (nat. 33.73).11

Il libro 36, che ha come oggetto il marmo, è attraversato fin dall’inizio dal tema della devastazione delle montagne e dello sventramento delle cave: “le montagne la natura le aveva fatte per sé come una sorta di scheletro che doveva consolidare le viscere della terra e frenare l’impeto dei fiumi […] noi invece tagliamo a pezzi e trasciniamo via, senza nessun altro scopo che i nostri piaceri, montagne che un tempo fu oggetto di meraviglia anche solo valicare” (segue un riferimento alla traversata delle Alpi da parte di Annibale e poi dei Cimbri). Questa distruzione sistematica delle montagne è finalizzata esclusivamente al piacere e alla ricerca del lusso mediante soluzioni architettoniche sempre più originali e raffinate (36.1: caedimus hos trahimusque nulla alia quam deliciarum causa). Ed è allo stesso amore per il lusso che si deve anche l’inopportuna invenzione della tecnica di tagliare e sezionare il marmo: sed quisquis primus invenit secare luxuriaque dividere, inportuni ingenii fuit (nat. 36.51). Si tratta di una tecnica, attribuita a un non identificato primus inventor dal talento male applicato, che consiste nel tagliare il marmo agendo con una sega su una sabbia. Plinio elenca i tipi di sabbia più adatti a questa operazione, nell’ordine quella etiopica, quella indiana, quella dell’Adriatico; ma ormai, aggiunge, si ha l’audacia di utilizzare la sabbia di qualsiasi fiume. Tale pratica viene condannata innanzi tutto sulla base di una considerazione di ordine economico: la grossa grana di una sabbia inadatta allo scopo, procurando fessure più larghe, consuma maggiore quantità di marmo e produce perciò uno spreco (dispendium; nat. 36.53). Ma un’altra, e forse più importante, accusa è quella di ordine etico implicita nell’espressione fraus artificum ausa est, che accosta l’audacia della sfida al dolo con cui gli artigiani che lavorano il marmo usano un materiale diverso, più facile da procurarsi e si presume meno costoso, al posto di quello prescritto, con un vero imbroglio per cui un materiale viene contrabbandato per un altro. Nella sua capacità di manipolare e trasformare gli elementi naturali, l’inventività umana può volgersi verso l’inganno; compare qui la fraus, concetto centrale nella rappresentazione pliniana dell’artificiale.

3. Ingenio arte naturam faciente

È ancora una formula pliniana a introdurci in un’altra dimensione del rapporto fra il naturale e l’artificiale nella Naturalis historia. Avviandosi alla conclusione del libro sul marmo (nat. 36.200), Plinio fa un bilancio di quanto ha finora trattato nei libri mineralogici: egli ha esaurito la trattazione su tutti i risultati raggiunti “dall’inventività che mediante la tecnica realizza la natura” (ma non è facile rendere in italiano la forza di faciente: l’ingenium umano ‘fa’ la natura, come una creazione dal nulla). Come intendere l’apparente paradosso per cui l’artificiale realizza il naturale? La sfida alla natura conosce, nella visione pliniana, forme meno aggressive, ma pur sempre fondate sull’esercizio di un dominio: una di queste affermazioni di superiorità è data dalla capacità umana di imitare e riprodurre i prodotti della natura, o addirittura di mescolare i suoi elementi realizzando nuovi prodotti. La trasformazione della natura sotto l’azione della mano dell’uomo non è agli occhi di Plinio un processo di sperimentazione finalizzato al progresso scientifico, ma un insieme di pratiche che hanno come esito una vera e propria adulterazione della natura, alla cui origine è la ricerca continua di nuovi oggetti e di nuove forme di lusso.12 Questo tema è ben presente all’autore anche al di fuori dell’ambito della riproduzione artificiale delle materie minerali. Si vedano ad esempio le considerazioni generali del breve excursus inserito a proposito della tintura dei tessuti con la porpora: “ma da una fine si sviluppano nuovi inizi, e piace giocare a spendere e raddoppiare i giochi facendo miscugli, e di nuovo adulterare anche gli stessi adulterî della natura, fondere assieme argento e oro per ottenere l’elettro, aggiungervi il bronzo per avere quello corinzio” (nat. 9.139: set alia e fine initia, iuvatque ludere inpendio et lusus geminare miscendo iterumque et ipsa adulterare adulteria naturae, sicut testudines tinguere, argentum auro confundere, ut electra fiant, addere his aera, ut Corinthia). Grazie a tecniche come la tintura o la fusione dei metalli gli elementi della natura vengono manipolati e si riesce ad ottenerne di nuovi; ma questa produzione è una adulterazione, concetto accentuato dalla figura etimologica adulterare adulteria, che contiene in sé l’idea di un’unione illecita e innaturale. Una rete lessicale connotata negativamente, che rinvia alla sfera della mescolanza illegittima e della falsificazione fraudolenta, emerge dalle osservazioni che Plinio dedica alla produzione dell’artificiale, ma anche dalle informazioni su dati apparentemente oggettivi. Si veda per esempio la notizia sulla doratura del rame: il metodo corretto era quello di dorarlo con argento vivo o mercurio, ma si è trovata un’altra tecnica. Questo procedimento, che consiste nel trattare il rame con il fuoco e spegnerlo con l’aceto, viene definito fraus: excogitata fraus est (nat. 33.65) è l’espressione quasi ossimorica che accosta l’inganno all’inventività della excogitatio, connotando ancora una volta negativamente un lessema dell’attività intellettuale e additando il risvolto negativo della ricerca, i suoi effetti perversi.13

Molti elementi del regno minerale possono essere falsificati, specialmente i metalli e i colori. Nel passare in rassegna gli uni e gli altri Plinio elenca le specie esistenti in natura in rapporto alla distribuzione territoriale nelle varie zone geografiche, ma non omette quasi mai di indicare il corrispondente artificiale (in alcuni casi più di uno), indicando come lo si ottiene: l’oro (nat. 33.79), l’argento (33.127), la crisocolla (33.86 e 35.48), il cinabro (33.117), il minio (33.119 ss. e 125), tutti gli altri colori, dal verderame all’indaco alla sandracca (33.160 ss.; 34.112; 35.46 s.; 35.90; 37.119). Ma i riferimenti a questa produzione artificiale appaiono sempre disposti entro una trama lessicale connessa alla sfera concettuale dell’inganno e della contraffazione, mediante l’intreccio, in una fissità quasi formulare, del verbo adultero e del sostantivo fraus. I dati lessicografici relativi all’uso pliniano dei lessemi adultero e fraus mostrano una prevalenza di attestazioni negli ultimi cinque libri,14 a ulteriore testimonianza del fatto che è il regno minerale il campo d’elezione in cui si esercita la sperimentazione trasformatrice dell’uomo. Una sperimentazione in cui si potrebbe vedere il segno di nuovi progressi nello sviluppo della civiltà umana, la prova dell’acquisizione di nuove conoscenze, l’utilità della scoperta di prodotti più facili da procurarsi rispetto a materiali rari e preziosi non alla portata di tutti. Essa viene invece condannata, mediante l’uso di un lessico inequivocabile, come un insieme di pratiche di contraffazione.

4. Veras a falsis discernere

La rappresentazione che Plinio dà della dimensione artificiale rispetto a quella naturale emerge da una serie di affermazioni e di valutazioni disposte lungo il crinale scivoloso che separa l’ingegnosa capacità di imitare e riprodurre la natura dalla falsificazione fraudolenta. Non è facile stabilire un confine: si tratta infatti di un unico fenomeno, che assume contorni diversi a seconda dello sguardo che si assume e dell’angolo visuale da cui lo si osserva. La natura riprodotta grazie all’inesauribile ingegnosità umana è anche, da un altro punto di vista, una finta natura: falsificata, contraffatta, adulterata. Ma se il suo sguardo moralistico ci indica questo aspetto, per così dire, doloso dell’artificio, Plinio sapeva bene quanto fosse difficile, anzi impossibile, arginare con considerazioni moralistiche e con richiami al concetto dell’inganno la crescente diffusione di un’industria e di un commercio del falso, che rispondevano alle esigenze di una società sempre più attratta dal lusso e da stili di vita ricercati.15

Sulla diffusione dei prodotti contraffatti nell’economia e nei comportamenti sociali del mondo imperiale contemporaneo Plinio ci offre una testimonianza preziosa verso la fine dell’ultimo libro, a proposito dell’esame delle pietre preziose (gemmarum observatio): “distinguere le vere dalle false è molto difficile, dato che si è escogitato il modo di trasformare pietre vere di una specie in pietre false di un’altra; le sardonici, per esempio, possono esser fatte riunendo insieme tre gemme, così che l’artificio non può essere scoperto: di qui si prende un po’ di nero, di lì del bianco, di lì del rosso vermiglio” (nat. 37.197: verasfalsis discernere magna difficultas, quippe cum inventum sit ex veris generis alterius in aliud falsas traducere, ut sardonychesternis glutinentur gemmis ita, ut deprehendi ars non possit, aliunde nigro, aliunde candido, aliunde minio sumptis). A margine di questa industria del falso e a suo supporto esistevano anche “autorevoli trattati – che non indicherò davvero, dice Plinio – sui modi di dare al cristallo la tinta dello smeraldo o di altre pietre trasparenti e di fare tutte le altre pietre con altre; non c’è infatti al mondo frode più lucrosa di queste” (ibidem: quin immo etiam exstant commentarii – quos non equidem demonstrabo –, quibus modis ex crystallo smaragdum tinguant aliasque tralucentes, sardonychem e sarda, item ceteras ex aliis; neque enim est ulla fraus vitae lucrosior). Apprendiamo così della produzione e circolazione di commentarii, manuali di istruzioni fornite a chi volesse praticare questa lucrosa produzione del falso, che ancora una volta Plinio non esita a definire fraus. E non è solo nel suo aspetto di critico dei comportamenti sociali contemporanei, ma anche nella sua consapevolezza di autore che egli dichiara di volersi contrapporre a questo genere di scrittura e annuncia la breve esposizione sulle prove docimastiche volte a smascherare le frodi sulle pietre preziose, assumendo il ruolo paradossale di difensore del lusso: “noi, al contrario, mostreremo il criterio per scoprire le pietre false, dal momento che contro le frodi è giusto che anche il lusso sia difeso” (37.198: nos contra rationem deprendendi falsas demonstrabimus, quando etiam luxuriam adversus fraudes muniri deceat).16

Con le prove docimastiche si conclude, di fatto, la trattazione pliniana; alla fine dei paragrafi dedicati alla verifica dell’autenticità delle gemme, l’autore dirà di avere completato l’illustrazione di tutte le opere della natura (nat. 37.201: peractis omnibus naturae operibus), cui seguirà soltanto una rapida classificazione riepilogativa dei prodotti e delle loro zone geografiche. Non è forse un caso che uno degli ultimi argomenti offerti al lettore della Naturalis historia sia lo smascheramento del falso, cioè una condanna dell’artificiale.


1 Plin. nat. 37.205: Salve, parens rerum omnium Natura, teque nobis Quiritium solis celebratam esse numeris omnibus tuis fave (“Salute, Natura madre di tutte le cose, e sii propizia a noi che soli fra i Romani discendenti di Quirino ti abbiamo celebrata in ogni tuo elemento”). Su questo passo si veda la sezione finale del contributo di Pietro Li Causi in questo numero.

2 Quella della natura come madre è una delle rappresentazioni fra le possibili altre declinazioni pliniane (natura divinizzata, contemplata, investigata, benevola o matrigna); sul concetto di natura in Plinio cfr., in generale, Mary Beagon, Roman Nature. The Thought of Pliny the Elder (Oxford: Clarendon Press, 1992), soprattutto 26–54.

3 Efficace in tal senso il titolo di un paragrafo del volume prima citato di Beagon, Roman Nature, 33: Nature’s Divinity, Man’s Supremacy: Unity and Tension.

4 Questa espressione, adoperata in nat. 36.192, sintetizza felicemente le facoltà intellettive e quelle pratiche, l’intelligenza e l’inventività così come l’impegno operativo dell’uomo.

5 Sulla funzione di cesura narrativa e concettuale dei paragrafi sui tesori di Roma e sulla concezione organica alla base degli ultimi due libri della Naturalis historia cfr. Anna Anguissola, “Plinio il Vecchio e le pareti trasparenti”, Studi classici e orientali 67, no. 2 (2021): 499–508 (vd. p. 499), cui si rinvia più in generale a proposito del rapporto fra la creatività umana e la materia negli ultimi cinque libri dell’opera; cfr. anche Ead., Pliny the Elder and the Matter of Memory. An Encyclopaedic Workshop (London-New York: Routledge, 2022), 89 ss.

6 Sui Romae miracula operum XVIII cfr. Valérie Naas, Le projet encyclopédique de Pline l’Ancien (Roma: Éditions de l’École Française de Rome, 2002), 371–393 (sul rapporto fra meraviglie di Roma e meraviglie del mondo, 327–371); Ead., “Opera mirabilia in terris et Romae operum miracula dans l’Histoire naturelle de Pline l’Ancien”, in Mirabilia. Conceptions et représentations de l’extraordinaire dans le monde antique, ed. Philippe Mudry et al. (Bern: Peter Lang, 2004), 253–264; Mary Beagon, “Situating Nature’s Wonders in Pliny’s Natural History”, in Vita vigilia est. Essays in Honour of Barbara Levick, ed. Edward Bispham et al. (London: Bulletin of Institute of Classical Studies Supplement, 2007), 19–40.

7 Cfr. Sandra Citroni Marchetti, Plinio il Vecchio e la tradizione del moralismo romano (Pisa: Giardini, 1991), 184 s.: “Il linguaggio moralistico opera sul lettore con la suggestione delle sue formule […] Al di là del significato letterale delle singole formule, l’uso di questo linguaggio permette a Plinio di farsi riconoscere dai lettori in una posizione critica nei confronti delle condizioni presenti. I motivi più profondi e generali, così come le forme più personali del disagio, si svelano attraverso la trama del discorso moralistico”.

8 Sul rapporto uomo/natura, e in particolare sulla violenza esercitata sulle montagne per l’estrazione dei minerali, cfr. Beagon, Roman Nature, 5591; Naas, Le projet encyclopédique, 224227.

9 Un punto di riferimento teorico sulla definizione e sulle categorie concettuali dell’ecocritica è Greg Garrard, Ecocriticism (London-New York: Routledge, 2004). L’applicazione dell’ecocritica ai testi letterari sta registrando crescente interesse negli ultimi anni, ma non ancora in rapporto ai testi antichi; per una panoramica introduttiva si rinvia a Caterina Salabè (a cura di), Ecocritica. La letteratura e la crisi del pianeta (Roma: Donzelli, 2013), Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa (Roma: Carocci, 2022).

10 Alla connotazione negativa dei termini della ricerca attraverso alcuni esempi (ma non dagli ultimi libri) accenna già Citroni Marchetti, Plinio il Vecchio e la tradizione del moralismo romano, 201.

11 Su questo passo vd. le osservazioni di Citroni Marchetti, Plinio il Vecchio e la tradizione del moralismo romano, 205 s.

12 A proposito delle adulterazioni Sandra Citroni Marchetti parla di “una forma particolare di violenza […] nei confronti dell’ordine naturale delle cose”; Citroni Marchetti, Plinio il Vecchio e la tradizione del moralismo romano, 204, che cita il passo del libro 9 riportato nel testo, ma non si occupa delle adulterazioni presentate negli ultimi libri dell’opera.

13 Si veda anche il rinvio interno in nat. 33,125: “con il mercurio adesso si dora quasi solo l’argento, anche se con analoga tecnica dovrebbe essere applicato sugli oggetti di bronzo. Ma la stessa capacità di inganno che è ingegnosa al massimo in ogni aspetto della vita ha inventato un materiale più scadente, come ho mostrato [in 33,65]” (hydrargyro argentum inauratur solum nunc prope, cum et in aerea simili modo duci debeat. Sed eadem fraus, quae in omni parte vitae ingeniosissima est, viliorem excogitavit materiam, ut docuimus).

14 Il verbo adultero ricorre 39 volte nei libri 132, 25 volte negli ultimi cinque libri; su un totale di 38 attestazioni di fraus, 11 si trovano nei libri di mineralogia.

15 Sulla tensione fra la visione moralistica di Plinio e la consapevolezza di rivolgersi a una società dominata dalla ricerca del piacere e del lusso cfr. Citroni Marchetti, Plinio il Vecchio e la tradizione del moralismo romano, 6975; 182 s. (cfr. anche n. successiva).

16 Sul ruolo paradossale di difensore del lusso da parte di Plinio, cfr. anche Eugenia Lao, “Luxury and the Creation of a Good Consumer”, in Pliny the Elder: Visions and Contexts, ed. Ruth Morello and Roy K. Gibson (Leiden-Boston: Brill, 2011): 35–56.